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Ecco perchè non ti ho detto che lui mi picchiava

Capire l’atteggiamento mentale di una donna vittima di violenza è pressoché impossibile. A meno che tu (come l’autrice) non lo sia stata.

(di Janice Fuller-Roberts. Traduzione a cura del Centro Civico Donna.

Testo originale disponibile all’indirizzo domesticshelters.org. L’articolo è apparso per la prima volta sul sito damemagazine.com)

 

L’ultima volta che me ne sono andata dalla mia relazione abusiva (sì, me ne sono andata e sono tornata), una delle prime cose che i miei amici e la mia famiglia mi hanno chiesto è perché io non avessi mai detto loro cosa mi stava accadendo.

“Perché non hai detto niente!”, mi chiedevano, preoccupati e stupiti. “Avrei potuto aiutarti. Avrei potuto fare qualcosa!”

E io ci credo. Se avessero saputo quanto orribile era diventata la mia vita, non ho dubbi che avrebbero fatto del loro meglio per aiutarmi. Ma tutto questo è accaduto più di vent’anni fa. Oggi sono guarita, sto emotivamente bene, e l’ho superata – e possiedo la chiarezza del senno di poi con cui mi è chiaro che i miei amici e la mia famiglia mi avrebbero davvero aiutata.

Ma un tempo non avevo questa consapevolezza. Perché quando sei nel bel mezzo di qualcosa, quando sei dentro un inferno che sei convinta di aver contribuito a creare, non riesci a vedere nulla chiaramente. La paura e la vergogna ti consumano – sono le tue inseparabili compagne. E quando guardi alla tua famiglia e ai tuoi amici, spesso riesci a vedere soltanto giudizi e derisione. Sai cosa pensano delle donne che rimangono in una relazione violenta.

Considera questo scenario: hai un’amica d’infanzia con la quale sei sempre stata intima. Ultimamente, non si fa sentire così spesso come prima. Tu pensi che sia perché è tutta presa dalla sua nuova relazione. E all’inizio è davvero così. All’inizio, lei non poteva fare a meno di lui. Trascorrevano insieme quasi tutto il loro tempo.

Ma comunque, all’inizio, avevi ancora sue notizie – ti aveva chiamata. E anche se non faceva altro che vantarsi per il suo nuovo amore, non aveva importanza. Era felice.

Poi le telefonate sono diventate meno frequenti. E quando le telefonavi, tagliava corto e sembrava di fretta e distratta. Alcuni amici in comune ti avevano detto che non la vedevano da un po’. “E’ per il suo nuovo ragazzo” vi dicevate “Sono sempre insieme”.

Ben presto ti sei abituata alla sua assenza, al fatto di non parlarle così spesso come prima. Ti manca, ma non vuoi fare la parte dell’amica che cerca di sabotare il suo nuovo amore.

Un giorno la incontri al negozio di alimentari, e rimani scioccata dal suo aspetto. Lei era sempre stata così attenta a come si vestiva, soprattutto quando usciva. E adesso indossa dei pantaloni della tuta – proprio lei che non si sarebbe mai fatta vedere così fuori di casa o dalla palestra! Eccola qui invece, non solo con una tuta, per di più macchiata, ma anche con una maglietta larga, e i capelli – di solito perfettamente acconciati – adesso sono legati in una coda di cavallo disordinata. Le unghie non sono curate e non hanno lo smalto.

Sembra stanca.

Ma tu sei così contenta di vederla che la abbracci stretta. Lei si irrigidisce tra le tue braccia, come se provasse dolore. Allora, sorpresa, la lasci andare. E poi la guardi attentamente in viso.

Lei abbassa la suo sguardo. La sua bocca è un po’ tremante, e le sue labbra sono screpolate.

E’ l’alone di un livido quello sulla guancia? Pensi. No, deve essere la luce.

Scambiate due parole, ma ti rendi conto che lei non è così impegnata nella conversazione. Hai la sensazione che voglia andarsene… che non sia così contenta di vederti. Ti senti a disagio, ma non riesci a capire esattamente perché.

“Come stai?”, le chiedi di nuovo, e questa volta ti interessa davvero.

“Bene”, risponde rapidamente. “Davvero, sto bene. Sono solo di fretta, devo tornare a casa.”

“Allora non ti trattengo”.

Qualcosa ti dice che non sta per niente bene. Senti un inspiegabile desiderio di abbracciarla nuovamente, ma non lo fai. Contro il tuo istinto, ignori quella sensazione e la lasci andare per la sua strada. Ma dentro di te sai che c’è qualcosa di terribile che non va in quella tua amica un tempo così socievole, vivace e bellissima.

Ecco cosa c’è che non sai: la tua amica vorrebbe moltissimo lasciarsi andare fra le tue braccia e chiederti aiuto.

Ma non lo farà. Non può. Si vergogna troppo. Se tu pensi che lei abbia un aspetto terribile, lei crede di apparire ancora peggio. In un arco di tempo relativamente breve, il suo fidanzato è entrato nella sua testa e l’ha convinta di essere brutta, stupida, e senza alcun valore.

La tua amica non fa più niente per curare il suo aspetto perché lui o la accuserebbe di vestirsi bene per qualche “altro uomo”, oppure le direbbe che comunque sembra una merda – e allora non serve più a nulla provarci.

Le tute sono le sue nuove migliori amiche.

Lei non chiama più perché si vergogna della sua vita. Quell’uomo meraviglioso di cui inizialmente si era vantata, si è trasformato in un mostro. E lei sa che se le sue amiche scoprissero quanto male stanno andando le cose, penserebbero che lei è una stupida esattamente come lui sostiene – e forse lo è davvero.

Nonostante tutto, lei lo ama ancora. Allora forse lei sta ottenendo esattamente ciò che si merita. Almeno questo è ciò che pensa.

Tu non la vedi più così spesso perché questo è ciò che gli uomini maltrattanti fanno: isolano le loro vittime dagli amici e dalla famiglia. Ma lo fanno con astuzia. Lui non si spingerebbe mai così tanto da poter dire che non le viene permesso di vederti – sarebbe troppo diretto, e lui è molto più furbo. Al contrario, lui fa in modo che lei non esca facendo delle cose come iniziare una discussione con lei quando torna a casa.

In questo modo, la prossima volta che tu la inviterai ad uscire, lei declinerà l’invito, per evitare un altro litigio. Oppure lui la accuserà di voler più bene alle amiche che a lui. Così lei preferirà rimanere a casa piuttosto che farlo rimanere male.

Lui utilizza l’amore che lei prova per lui come un’arma.

E quei litigi che lei cerca così tanto di evitare? “Litigio” non è esattamente la parola corretta, visto che alla fine di questi “litigi” lei finisce sempre distesa a terra. All’inizio, si trattava perlopiù di urla. Lei riusciva a tenergli testa. Aveva sempre avuto la lingua lunga. Ma poi lui è diventato crudele, dicendole cose che la frantumavano. Rigirava le parole che lei usava, e gliele rivoltava contro. E tutto il tempo, recitava la parte della vittima, e faceva finta di non riuscire a capire come lei potesse trattarlo così male, proprio lui che la adorava così tanto. E poi accuse e recriminazioni, feroci sceneggiature architettate nei labirinti profondi della sua mente contorta. L’intelligenza di lei non aveva mai avuto nessuna possibilità contro la brutalità emotiva di lui.

Nel tempo in cui il primo pugno atterrò sulla sua mandibola, la sua psiche era già stata picchiata selvaggiamente.

E non fatevi ingannare dall’involucro della donna che avete appena incontrato al negozio di alimentari. Lei reagiva. Era riuscita addirittura a restituirgli qualche pugno ben sferrato, soprattutto quella prima volta. Ma lui è più forte di lei. Più grande di lei. Lui fa a pugni da tutta la vita, lei non ha preso una sculacciata nemmeno da bambina; e così, lei non ha mai avuto una chance contro la sua forza fisica.

Tu ti chiedi: Ma se si trova in una situazione così terribile, perché non mi ha mai detto nulla? Io ero proprio lì! Siamo amiche da quando eravamo bambine. Sicuramente lei sa che l’avrei aiutata!

Ma lei lo sa? Lo sa sul serio? Oppure lei guarda te, la sua amica d’infanzia, e ricorda la volta in cui tu le hai detto “Non riesco a capire perché le donne rimangono con gli uomini che le picchiano”?

Ricordi quando per la prima volta venne fuori quella storia di violenza (Ray Rice), e stavate tutte bevendo dei drink? Ricordi cosa hai detto? Hai detto “Se un uomo mi picchia una volta, che si vergogni; se mi picchia due volte, quella che si deve vergognare sono io. Quella donna è stata una scema a sposarlo dopo quello che lui le aveva fatto in ascensore!”

La tua amica si ricorda queste parole. E anche se sa che tu le vuoi bene e la supporti, lei non può fare a meno di chiedersi in che modo lei cambierebbe ai tuoi occhi se tu sapessi cosa realmente sta accadendo.

Cerca di capire che lei vuole disperatamente lasciare questa situazione, ma non sa come. Potrebbe anche essere stata portata a credere che il suo compagno farebbe del male a chiunque tentasse di aiutarla. Ricorda, lui è dentro la sua testa, anche mentre non la picchia.

E allora segui le tue intuizioni. Tu conosci la tua amica. E da quell’incontro nel negozio, tu sai che c’è qualcosa che non va. E allora per favore, fa qualcosa.

Inizia con una telefonata. Ma con cautela: non iniziare a dire che pensi che lei stia subendo violenza. Se il suo compagno è in casa al momento della telefonata, lei in ogni caso non dirà nulla. Devi semplicemente trasmetterle il messaggio che sei preoccupata e che vuoi aiutarla. Usa parole amorevoli e gentili – non sforzarla.

Dì qualcosa del tipo “So che ora sei impegnata. Ma quando hai un minuto da sola, telefonami. Sono preoccupata per te e voglio aiutarti. Ti voglio bene”. Fai una telefonata molto breve, ma sii chiara: sei preoccupata, vuoi aiutarla, e le vuoi bene.

Se non ti richiama, richiamala tu. Continua a tenerti in contatto. Prova a raggiungerla quando sai che è da sola o perlomeno lontano da lui. Ricorda, il tuo obiettivo è aiutarla, non metterla ulteriormente in pericolo.

Preparati alla sua negazione. La vergogna, il senso di colpa, la paura, e addirittura il timore per la tua incolumità la tratterranno dall’aprirsi con te. Ricordale gentilmente che se si trova in quella situazione che tu temi, non ha alcuna ragione di vergognarsi. Tu le vuoi bene e la rispetti, e la vuoi aiutare e basta.

In effetti un atteggiamento gentile potrebbe non funzionare. Potrebbe essere necessario un intervento concreto, anche con il coinvolgimento delle forze di polizia. Se dovesse presentarsi questa necessità, non cercare di gestire la cosa da sola. Contatta altri amici e la famiglia, e soprattutto cerca un aiuto professionale. Chiama un Centro Antiviolenza. Lascia che delle persone esperte ti aiutino ad aiutare la tua amica.

Devi sapere che una vittima di violenza lascia il suo abusante in media sette volte prima di lasciarlo definitivamente. Quindi, anche se la tua amica questa volta dovesse andarsene, potrebbe tornare da lui. Proprio allora verrà messa alla prova la tua capacità di essere amica. Ti sentirai delusa e anche arrabbiata; dopo tutto quello che hai fatto per aiutarla ad andarsene, lei tornerà indietro di buon grado. E la tua rabbia è comprensibile.

Ma l’arma più letale che possiede un maltrattante è l’abilità di manipolare la mente della sua vittima. Rompere la presa che lui ha sulla tua amica richiederà tempo, pazienza, aiuto professionale, e un grandissimo lavoro da parte sua. Tu devi solo continuare ad amarla e supportarla, anche quando ti farà innervosire. Cerca di resistere alla tentazione di giudicarla: renderebbe solo le cose più difficili.

È terribile guardare qualcuno che ami soffrire a causa della violenza domestica. È anche difficile capire per quale motivo le donne stanno insieme o ritornano con gli uomini che le picchiano. Ma andarsene è molto più difficile di quanto le persone possano credere. La paura, la mancanza di risorse economiche, la vergogna, sono solo alcune delle ragioni per le quali le donne rimangono (o ritornano). Le case rifugio si riempiono velocemente, sono poche e sono distanti fra loro. E tristemente, per quanto in questo Paese consideriamo importante potenziare le leggi a protezione delle donne, è ancora troppo facile per i maltrattanti rintracciare le proprie vittime e ucciderle.

E così alcune donne semplicemente rimangono, con la speranza di sopravvivere un altro giorno.

Come amici e sostenitori delle vittime di violenza, abbiamo bisogno di essere maggiormente educati riguardo le dinamiche e i meccanismi della violenza domestica. E soprattutto, abbiamo bisogno di modificare le nostre idee preconfezionate sulle vittime. Loro necessitano del nostro supporto e della nostra empatia. L’ho imparato a mie spese. Ero anche solita stare lì a giudicare le donne che rimanevano assieme ai loro abusanti. E stavo lì sul piedistallo fino a quando l’uomo che amavo mi buttò giù con un pugno.

 

Il dipinto è ‘Paseo a orillas del mar’ (1909) di Joaquìn Sorolla